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venerdì, Dicembre 2, 2022
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La fluttuazione schizofrenica dei prezzi delle materie prime

Il PIL è solo uno degli indicatori dell’effetto delle sanzioni sulla Russia. Nel giorno successivo all’inizio dell’invasione la borsa ha avuto un vero e proprio crollo: fino a -45% nell’indice MOEX che raggruppa le 50 maggiori società quotate alla Borsa di Mosca. Si tratta del calo peggiore della sua storia e il quinto più grande nella storia di qualsiasi indice azionario. Tanto da costringere Mosca a sospendere la compravendita di titoli per un mese a partire dal 25 febbraio.

Neanche durante la crisi finanziaria del 1998 la Borsa di Mosca era rimasta chiusa così a lungo. Alla riapertura l’indice MOEX è aumentato di circa il 4% con una netta crescita soprattutto dei titoli energetici (Gazprom +13%). Si tratta però di una “performance” truccata. La banca centrale russa ha infatti vietato le vendite allo scoperto (dove gli investitori scommettono che il valore di un’azione scenderà) e ha impedito agli stranieri di vendere le loro azioni. Parallelamente, il Cremlino ha diretto un fondo sovrano russo a comprare circa 10 miliardi di dollari in azioni.

La guerra dei prezzi delle materie prime.

Considerando il peso di Mosca e Kiev nel commercio globale (poco più del 2%) sembrerebbe intuitivo pensare che la crisi economica generata dal conflitto possa restare circoscritta. In realtà, buona parte del Pil dei due Paesi è generato dalla vendita di materie prime difficilmente sostituibili nel breve termine. Per questo, il conflitto, inserendosi in un contesto già difficile per le materie prime, sta ulteriormente accelerando un trend al rialzo dei prezzi iniziato con la ripresa post-pandemia.

I prezzi spot del gas olandese (Dutch TTF) sono più che raddoppiati nei giorni successivi all’invasione russa, raggiungendo il valore record di 345 euro per Megawattora l’8 marzo scorso: dieci volte i valori di inizio 2021. Alle stelle è andato anche il prezzo del nickel, indispensabile per l’industria siderurgica, al punto da venire sospeso due volte sulla borsa di Londra per eccesso di rialzo. Mentre l’importanza di Ucraina e Russia nella produzione globale di cereali ha fatto crescere di oltre il 20% le quotazioni del grano, tanto che paesi dalle regioni più disparate del mondo, dall’Ungheria all’Indonesia, cominciano a vietarne l’esportazione.

Le economie avanzate faranno così i conti con un’ulteriore spinta inflazionistica e il pericolo di stagflazione. I Paesi a basso e medio reddito rischiano invece rinnovata instabilità politica per l’aumento dei prezzi del cibo. Un’eventualità che solo in alcuni casi (Golfo e Sudamerica in primis) potrà essere compensata dagli alti ricavi per la crescita dei prezzi delle altre commodities esportate.

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