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sabato, Luglio 2, 2022
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Lo spettro della recessione

La drammatica evoluzione del conflitto in Ucraina ha già fortemente impattato l’economia del nostro Paese, lasciando aperta la porta alla possibile involuzione verso la recessione tecnica. Il Centro Studi Confindustria stima, nella migliore delle ipotesi, un dimezzamento della crescita del Pil rispetto alle precedenti previsioni, e scenari di più grave intensità nel caso in cui il conflitto dovesse protrarsi per più tempo. Tre sono i principali elementi che stanno agendo da freno alla ripresa post Covid spinta dal Pnrr: l’acuirsi di preesistenti fenomeni quali dell’impennata dei prezzi di tutte le commodity – in primis quelle energetiche – e la carenza di materie prime, soprattutto quelle di cui Russia e Ucraina detengono una quota mondiale elevata (minerali, metalli, grano e olio); gli effetti delle sanzioni economiche; la crescente sfiducia di famiglie e imprese legate all’incertezza delle evoluzioni del conflitto che sta frenando consumi e investimenti.Tutte le componenti del Pil ne stanno risentendo. E le ricadute si fanno sentire anche sul territorio e sulle nostre imprese.

Gli impatti dello shock bellico investono tutti i settori, anche se con diversa gradualità. In particolare, i rincari di petrolio, gas, carbone, stanno facendo crescere i costi di tutte le imprese: ben 9 su 10, secondo una recente indagine conoscitiva condotta all’interno del nostro sistema. Il settore maggiormente colpito è quello della metallurgia, seguito dalle produzioni legate ai minerali non metalliferi, dalle lavorazioni del legno, dalla gomma-plastica e dalla produzione di carta. Complessivamente, su base annuale, si calcola un aumento medio della bolletta energetica per le imprese che passerebbe dagli 8 miliardi di euro del 2019 ai 68 miliardi del 2022.

L’incidenza dei costi dell’energia sul totale dei costi di produzione ha di fatto subito un raddoppio rispetto al riferimento temporale prepandemico.

Fino a questo momento l’inflazione core in Italia è stata più bassa che altrove e questo si spiega con il fatto che le imprese hanno per lo più assorbito nei propri margini l’aumento dei costi.

Ma ciò ha portato a una riduzione delle attività non più sostenibile nel tempo. La produzione industriale, in rallentamento già da mesi, è destinata sempre più a inglobare le ricadute della guerra.

Lo scenario complessivo è estremamente allarmante. In particolare, preoccupa il venire meno delle condizioni entro le quali è maturato il Piano nazionale di ripresa e resilienza che, alla luce del contesto attuale, non è in grado di generare effetti di crescita tali da contrastare adeguatamente l’enorme colpo determinato dagli avvenimenti in corso.

Senza considerare che la pandemia non è ancora completamente superata.

Si rendono quindi necessarie misure nazionali aggiuntive che affrontino la natura strutturale dei problemi per contrastare l’indebolimento del nostro tessuto industriale.

Allo stesso modo, sarebbe auspicabile una rimodulazione del Pnrr: i suoi obiettivi rimangano sicuramente invariati, e anzi rafforzati, ma una revisione dei tempi si rende indispensabile.

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